Se il tempo di Quaresima c’invita alla conversione, serve prima cogliere la realtà del peccato. Oserei dire che è diventato quasi tabù parlare di peccato e di male, ed è in parte comprensibile (e tanto meglio) perché sembra che a volte noi cattolici quasi godiamo nel farci venire sensi di colpa, e nel cercare il peccato anche dove peccato non c’è. D’altro canto, però, spesso si butta il bambino con l’acqua sporca. Serve, allora, ricuperare un senso del male, però in un modo più autentico: di cogliere veramente che il peccato è ciò che, perché è male e fa male, di sua natura ci allontana gli uni dagli altri, ed anche dal buon Dio.

La Lectio che vorrei proporre oggi è quella del racconto dell’albero del bene e del male in Genesi 3. Forse ormai la riteniamo una storia per bambini. Letta (e pregato) con cura, è un testo ricco, e fecondo per la riflessione.

[Piccola nota: se sei nuovo al blog, ti consiglio di cominciare da qui, per alcune indicazioni sulla preghiera.]

Una nota previa …

Prima di passare alla lettura del brano (Genesi 2,25-3,24), mi pare opportuno fare una piccola nota, proprio per permettere una lettura fresca del racconto.

Credo che a nessun biblista oggi faccia problema riconoscere i primi capitoli della Genesi come letture mitologiche. Ciò non significa però che siano testi irrilevanti: tutt’altro! La forza di queste storie, anche per gli antichi, è nella saggezza trasmessa a modo di racconto. Sicuramente non sono testi scientifici, ma a loro modo racconti sapienziali, che trasmettono verità profonde. Una volta che cogliamo la forma, il genere letterario del testo, possiamo allora attingere alla sua saggezza.

Spesso leggiamo Genesi 3 in chiave di peccato originale, con influsso particolare da Sant’Agostino. Qui vorrei staccarmi un po’ da questa sua lettura. Intendiamoci bene: la realtà del peccato, e la necessità di salvezza nella nostra vita, è sicuramente presente. E l’insidia del male e le sue conseguenza emergono in modo chiarissimo nel libro della Genesi, dove l’invidia di Caino lo porta ad uccidere il fratello (Genesi 4); e in fondo, ogni peccato contro il prossimo è radicato nel fratricidio (vedi p.e. Matteo 5, 20-23).

La tradizione ricca della Chiesa ci offre anche altri elementi di lettura. Noi, per esempio, immaginiamo Adamo ed Eva come adulti (e così siamo abituati a vederli nell’arte). Non è sempre stato così: Sant’Ireneo di Lione (nel secondo secolo d.C.), per esempio, vede Adamo come un bambino, e perciò non ancora saggio, e facilmente ingannato (Demonstratio no. 12). Adamo è visto pure come un bambino da altri autori del secondo secolo, come San Teofilo d’Antiochia  (Apologia ad Autolycum II, 25) e Clemente Alessandrino (Protrepticus XI).

Lectio

Fatto un po’ questo preambolo, ti invito ad una prima lettura di Genesi 2,25-3,24. [Se preferisci, qui su BibbiaEdu]. Come suggerisco sempre, prima di tutto leggi il brano con calma. Non lasciare che la familiarità con la storia ti porti a leggere troppo in fretta, senza vedere i dettagli. Essendo un racconto, è normale anche di cercare di immaginarlo: t’invito di vedere i protagonisti come bambini/ragazzi nel giardino, sulla scia di Sant’Ireneo.

Una volta letto il testo, vorrei proporre qualche commento per aiutare la lettura. Naturalmente, non hanno intenzione d’essere esaustivi e completi.

Adamo. Il racconto non da nome all’uomo. Il nome Adamo potremmo tradurlo semplicemente Umano, con la stessa connessione di Adam (umano) ad adamah (terra), come di Umano ad umoNon a caso (e correttamente) la traduzione CEI non da nome al uomo, perché di per se non è un nome proprio. Se oggi leggessimo un racconto dove il protagonista si chiama Umano, capiremmo subito che si tratta in qualche modo di un archetipo, dell’ogni-uomo. Non è sbagliato perciò vedere il brano come una storia sapienziale che riguarda ogni uomo, ed allora anche noi. Non è solo la storia del primo Adamo, ma anche di ogni adamo.

[2,25] non ne provavano vergogna. L’ultimo versetto del capitolo 2 (ricordiamoci che le divisioni in capitoli sono moderni) ci dice che i protagonisti non provavano vergogna della loro nudità. Sant’Ireneo ci fa notare che il loro pensiero è ancora innocente e come quello di bambini. In diverse culture (e molte culture antiche), la nudità per i bambini è considerata assolutamente normale, e non ha connotazioni sessuali. Solo con la pubertà viene un’autocoscienza diversa del proprio corpo.

[3,1] Il serpente. Il brano non parla di per se del diavolo, e sarà solo la tradizione successiva (anche in altri libri della Bibbia) a vederlo in questa chiave, naturalmente perché è colui che tenta ed è menzognero. Comunque lo leggiamo, qui il serpente è la figura del tentatore.

[3,1]non dovete mangiare di nessun albero.”  Nell’analizzare il racconto,  è interessante vedere come il serpente sta mentendo proprio mentre accusa Dio di menzogna. Dio non ha mai detto di non mangiare da nessun albero, ma solo da quello in mezzo al giardino. La radice della menzogna, e della tentazione, sono spesso delle mezze verità.

l’albero in mezzo al giardino. Qui l’albero non è chiaramente nominato, però dal contesto di capisce che è quello della conoscenza del bene e del male, già menzionato in Genesi 2,16. San Teofilo d’Antiochia (Apologia ad Autolycum XI) offre una lettura interessante: per lui, l’albero in se è buono, ed il suo frutto pure; però, l’uomo è ancora troppo giovane ed immaturo per ricevere quella saggezza, e Dio – come la figura di un buon genitore/ educatore – voleva che rimanesse ancora semplice e sincero, che non crescesse in modo precoce. La scelta della donna e del uomo allora è come la voglia di sperimentazione del bene e del male tipica dell’adolescenza, che non hanno ancora la maturità adulta, e spesso, di conseguenza, si fa del male e fa male agli altri.

[3,4] “Non morirete affatto!”  La tentazione qui echeggia un ragionamento tipico di chi vuole sperimentare o incita altri a farlo. Quasi mi sento dire: Daje! Hai forse paura? Fifone! Credi ancora è quello che ti dicono gli adulti?   E se non facciamo attenzione, anche noi rischiamo di vedere Dio come un insegnante stizzito che non vuole lasciarci godere il mondo, piuttosto che l’educatore (per eccellenza) che vuole proteggerci da ciò che, di sua natura, ci farà del male. D’altro canto, senza la libertà di scelta, non potremmo neanche scegliere il bene, e non si può veramente amare.

[3,6] il frutto. Come probabilmente sappiamo, il brano non da il nome al frutto. La mela viene dalle letture latine: malum in latino significa sia il pomo/mela, ma anche il male, che allora offre una naturale connessione.

[3,7] si accorsero di essere nudi. Mangiare dall’albero gli apre gli occhi, perché adesso conoscono il bene ed il male. Leggendo con Teofilo, l’uomo e donna del racconto sono come bambini/adolescenti precoci che vogliono crescere troppo in fretta.

intrecciarono foglie di fico. Diversi commentatori notano che le foglie di fico hanno proprietà irritanti. Possiamo dire che la prima linea di biancheria intima non era il massimo! Questo dettaglio, possibilmente anche comico per chi coglieva il senso, sottolinea l’incapacità e l’ignoranza dell’uomo e della donna, che non hanno abbastanza conoscenze per fare decisioni buone anche in cose semplici.

[3,8] si nascosero dal Signore. La scoperta del bene e del male porta anche alla scoperta della vergogna. Perché chi scopre il male tende a volersi nascondere da se, dagli altri e da Dio.

[3,12-13] Interessanti qui la dinamica: l’uomo incolpa la donna, la donna incolpa il serpente. Di nuovo, quasi come due ragazzi davanti al genitore. Uno dei segni della persona veramente matura (e non è solo questione di età anagrafica!) è quello di sapere riconoscere il proprio male, cercare di rimediare, e chiedere perdono.

[3,14-18] Diverse commentatori vedono in questi versi una etiologia (cioè la spiegazione dell’origine) di tre cose: il serpente come animale che striscia, e l’odio tra l’uomo e il serpente [14-15], i dolori del parto [16], la durezza del lavoro, e la mortalità [17-19]. Nonostante la durezza di questi versetti, interessante notare come, infatti, Dio non maledice mai l’uomo o la donna.

[3,21] Dio fece … tuniche di pelle. Anche se la scelta del uomo e della donna ha le sue conseguenze, Dio rimane benevolo verso di loro, rimpiazzando l’inadeguatezza delle foglie di fico, con delle tuniche di pelle, ben più adeguate.

[3,23-24] lo scaccio dal giardino dell’Eden. Il linguaggio antico mitologico non ha altro modo di parlare se non attribuendo azioni alla decisione divina. Cogliendo il senso del racconto è la conoscenza stessa del bene e del male ha fatto perdere l’Eden. Potremmo vedere, in questi versi come i bambini/ragazzi crescendo, e sperimentando il bene ed il male, scoprono che il mondo non è più un paradiso, e che si suda, si soffre.  Ed indietro non si torna, una volta persa quell’innocenza.

Meditatio

Passando al secondo momento, ti invito a rileggere il brano, per potere anche riflettere su noi stessi. Propongo alcune domande; ma naturalmente, sentiti libero di riflettere su altre che sono emerse nella tua preghiera:

  • Dov’è che nella mia vita riconosco momenti di Eden, di paradiso, d’innocenza?  Dov’è che, forse durante l’adolescenza in particolare, ho cominciato a perdere quell’innocenza, a scoprire veramente un senso di bene e di male? Forse anche a sperimentare il male e rimanerci un po’ bruciato?
  • Dov’è che nella mia vita copro la mia nudità con le foglie di fico? Dov’è che cerco di nascondere la mia vergogna, però in fondo trovo che sia più un’irritazione piuttosto che una soluzione? Quali sono le cose che tutt’ora cerco di nascondere da Dio? Qual’è la realtà di male in me per cui provo vergogna? Qual’è quel peccato che faccio fatica a confessare?
  • Com’è la mia immagine di Dio? Un dio irragionevole, guastafeste, che non ci vuole lasciare di godere i beni della vita? O di Dio che, come un buon genitore/ educatore/ pedagoga non vuole lasciare che io mi faccia del male, e faccia del male agli altri?
  • Dov’è che, crescendo, oggi sono più maturo? Dove mi rendo conto che, se non l’innocenza del bambino, però ho la saggezza dell’adulto (in fondo, l’albero porta anche alla conoscenza del bene, proprio in contrasto con il male)? Dove fatico ancora a maturare? Dove rimango molto adolescenziale nel mio rapporto con gli altri e con Dio?
  • Dov’è che, nella mia vita, sperimento Dio come benevolo verso di me, un Dio che si prende cura di me, e mi prepara delle tuniche?

Oratio

Lascio poi che queste domande sfocino in preghiera, parlando con il Signore “come un amico parla ad una amico”. Cosa vorrei dire al Signore? Cosa vorrei chiedere? Quali grazie? Cosa mi lascia perplesso? Di cosa vorrei chiedere perdono?

Allora rimango in conversazione, con le parole che trovo in cuore mio. Senza fretta.

Contemplatio

Nella parte finale della preghiera, mi fermo alla presenza del Signore, gustando la sua presenza, lasciando che la preghiera diventa sempre più una preghiera del cuore.

Alla fine conclude pregando il Padre Nostro.

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