Giustamente la prima chiacchierata al fuoco andava dedicata alla Parola di Dio, e più immediatamente al vangelo come racconto. La vita cristiana però vive non solo della Parola, ma anche dei sacramenti. In questa chiacchierata vorrei parlare di quel sacramento che spesso è diventato il perfetto sconosciuto, il sacramento della confessione/riconciliazione [1].

Il perfetto sconosciuto?

Non credo di sbagliarmi se dico che il sacramento della confessione è andato molto in secondo piano, se non addirittura fuori dalla finestra. E per alcuni aspetti, meno male! Perché si hanno molte idee sbagliate sulla confessione, e a volte mi sembra ci siamo in fondo allontanati non dal sacramento ma della cattiva immagine che ne abbiamo.

Rilegandomi alla lectio precedente, spesso viviamo la dinamica del sacramento quasi come il fratello stizzito invece che del Padre misericordioso. A volte (e si questo mi è capitato sul serio) è diventato un’arma che i genitori/adulti usano per asserire la propria autorità: “va’ a confessarti e dire al prete cosa hai fatto a tuo fratello!”  Trasformiamo il sacramento della misericordia di Dio in un complotto del mondo adulto per richiedere obbedienza dai piccoli. E poi ci stupiamo che quasi nessuno si confessa più, quando gli abbiamo rovinato il sacramento da piccoli [vedi nota 2].

Riscoprire il sacramento

Ho faticato abbastanza con questo sacramento, nonostante che – grazie a Dio – ho trovato buoni confessori e padri spirituali nella mia vita. Ma, per me, è stata l’esperienza del sacramento come sacerdote che mi ha fatto veramente riscoprirne il valore forte. Come prete ho vissuto il valore anche immediatamente catartico che il sacramento può avere nella vita delle persone, e nei contesti più diversi e spesso con perfetti sconosciuti che si sono fidati di me in forza del sacramento [3].

Naturalmente, non c’è nulla di male con la confessione abituale, quasi di routine, che ci ricorda dei nostri limite, e della bisogno di lavarci regolarmente nell’amore di Dio dai nostri peccati, spesso abituali, ripetitivi e noiosi. Ma il sacramento tiene una forza speciale in quei momenti dove serve nominare l’innominabile nella nostra vita: non necessariamente perché è peccato in se più grave, ma perché lì è dove è messa a nudo la nostra fragilità, la nostra fatica. Perché, in fondo, è li che fatichiamo ad accettare che Dio vuole guardarci e dire “tu sei molto prezioso ai miei occhi,” che l’amore di Dio è più grande del nostro peccato, che Dio vuole abbracciarci come un adulto abbraccio un bambino che è caduto, per curarlo e rassicurarlo.

Chiamare il peccato per nome

Ho detto prima che serve nominare l’innominabile.  Nella mia esperienza sia come confessando che come confessore questo è il nocciolo dell’esperienza. Per questo non sono allergico a chiamarlo sacramento della confessione. La fatica di nominare il nostro peccato, la nostra fragilità, spesso è il segno più chiaro che quella dinamica ancora ci controlla. E non è solo questione di peccati, ma anche di aspetti della nostra vita con cui non siamo ancora riconciliati.

Nominare la nostra fragilità ci aiuta a portare quell’ombra alla luce del sacramento. Questo elemento di esternare la propria colpa è anche una sana dinamica umana: e come sempre, il sopranaturale si fonda sul naturale, la perfeziona. La saggezza umana e di fede sa che ciò che ci turba vuol stare nascosto, negli angoli bui della nostra vita, e rimane lì come un tarlo che piano piano ci rode dentro. Nominare il peccato, allora, ci aiuta a metterci luce, e ci fa vedere come le ombre ci fanno paura, sono meno spaventosi in realtà.

Due consigli pratici

Arrivando al dunque, però, è bello passare dalle chiacchiere alla pratica. Fatti un po’ di coraggio, e va’ a confessarti!  Tieni in mente due cose:

Primo, trova un sacerdote con cui ti trovi a tuo agio [4]. Questo non è sempre lo stesso per tutti: alcuni preferiscono parlare con un sacerdote che conoscono, che scelgono come confessore regolare e padre spirituale. Altri, preferiscono confessarsi fuori dal loro cerchio abituale, proprio per evitare l’imbarazzo dell’esporre il proprio peccato.

Secondo, preparati per la confessione (estote parati!), e NOMINA il tuo peccato. Non serve tanto una lista lunga, ma vai all’essenziale: nomina proprio ciò che ti sta turbando. Questo permette di portare luce agli angoli bui del nostra vita.

Buona strada!


Qualche nota:

[1] In effetti, riprendo qui molto di quello che ho scritto mesi fa (per l’anno santo della misericordia) in inglese, su un mio altro blog.

[2] Piccola nota per non essere frainteso. Non sto mica dicendo che non bisogna insegnare ai piccoli come confessarsi, o di fare la prima confessione. Ma se noi adulti non abbiamo un vera esperienza della bellezza del sacramento, la nostra testimonianza invece di aiutare diventa scandalo (cioè pietra d’inciampo) al cammino dei piccoli! In questo, genitori / educatori / sacerdoti / adulti abbiamo una grande responsabilità.

[3] La Chiesa prende molto sul serio gli obblighi del sacerdote in questo, specialmente nei confronti del sigillo della confessione [CIC 983]. Quel sigillo è la garanzia del diritto della persona di aprirsi davanti a Dio senza paura.

[4] Il Codice di Diritto Canonico è molto chiaro sul diritto del penitente di scegliere il proprio confessore [CIC 991].

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