Tra i racconti dell’esodo, uno che trovo divertente ed a suo modo profondo è il film d’animazione Il Principe d’Egitto della DreamWorks (1998). Una delle scelte del film mi aveva colpito in modo particolare: quella per la voce di Dio che parla a Mosè. Dopo tante opzioni, anche provando una voce a più strati (multi-layered) o una sintetizzata al computer, si era scelto di usare la voce stessa di Mosè. Il che riflette una verità profonda, Dio parla in noi attraverso la nostra stessa voce interiore. Sant’Agostino parla di Dio come interior intimo meo, più vicino a noi di quanto noi lo siamo a noi stessi.

Questo, però, porta ad una domanda che mi viene posta diverse volte: “come posso riconoscere la voce di Dio? Come so che non sto parlando a me stesso?”  Perché se parliamo di preghiera personale, di lectio che sfocia in conversazione con Dio, questa domanda sicuramente non è indifferente.

Discernimento

Non c’è albero buono che faccia frutti cattivi, né albero cattivo che faccia frutti buoni. 44 Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dalle spine, né si vendemmia uva da un rovo. (Lc 6, 43-44)

Come gesuita, la risposta viene quasi automatica: discernimento. Un parolone, spesso usato, ugualmente spesso mal compreso, o visto come qualcosa di difficilmente raggiungibile, qualche arte arcana, disponibile solo ai pochi eletti. In questa chiacchierata al fuoco, perciò, vorrei almeno toccarne alcuni elementi fondamentali.

Il discernimento è una della più belle eredità lasciataci da Sant’Ignazio di Loyola, ed è fondamentale negli Esercizi Spirituali [nota 1]. Intendiamoci bene, non è che Ignazio abbia inventato il discernimento, che era già ben presente nella tradizione cristiana. Ma la sua esperienza personale lo ha portato a scoprire meglio come Dio parla in preghiera e nelle circostanze, e come allora, poter remare con il Signore nella vita, piuttosto che remare contro, e a sintetizzarlo in modo nuovo, attraverso gli Esercizi, in un lascito prezioso alla Chiesa [nota 2].

Parliamo, in termini ignaziani, di discernimento degli spiriti. Alla base, per Ignazio, sta il fatto che esistono in me tre tipi di pensieri, tre interlocutori [ES 32]: uno è mio proprio, che proviene unicamente dalla mia libertà e volontà; due dall’esterno (un esterno interiore, mi viene da dire): uno dallo lo spirito buono, l’altra dallo spirito cattivo [nota 3].

E si parla di mozioni, di movimenti: perché vi è qualcosa che mi muove interiormente, mi istiga in una direzione o nell’altra. Però rimane a me la libertà di acconsentire, seguire o di rifiutare. La tentazione non mi fa fare, né Dio mi fa fare. Mi suggeriscono, mi istigano, ma non mi costringono, lo spirito cattivo perché non può, Dio perché non vuole.

Sant’Ignazio distingue tra due movimenti fondamentali: la consolazione e la desolazione.

 

Consolazione

Cominciamo con la consolazione [ES 316], che Ignazio spiega come:

  • infiammarsi nell’amore verso Dio, e verso il prossimo in Dio
  • aumento di speranza, fede e carità
  • gioia vera che rimane
  • quiete e pace in Dio.

Da notare che qui non si parla solo in senso di emozione, per esempio la gioia, ma di movimento/direzione – mi porta all’amore verso Dio, mi fa crescere in fede, speranza, carità, etc. Facendo riferimento alla Bibbia potremmo trovare diversi esempi; qui cito solo due:

“Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?” (Lc 24, 32)

Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l’anima mia. (Salmo 131 (130), 2)

Una volta che si è percepito questo movimento interiore, bene cercare di capire da dove viene e perché [ES 331-333]. Le possibilità sono due:

  • normalmente la consolazione viene dallo spirito buono, per giovamento dell’anima, perché cresca e salga da bene in meglio. Qui il movimento è caratterizzato dal fatto che il principio, mezzo e fine è tutto buono e tende ad ogni bene.
  • serve però prudenza: a volto lo spirito cattivo cerca di ingannare, sotto aspetto di luce. In questi casi, comunque lo si può riconoscere, perché mentre l’inizio del pensiero è buono, cambia di direzione e va a finire in qualcosa cattiva o che distrae o che è meno buona; per questo infiacchisce, inquieta o conturba l’anima … caratteristiche proprie della desolazione.

 

Desolazione

Controparte della consolazione è la desolazione spirituale. Di nuovo, questa non è soltanto una emozione – la tristezza – ma una vera è propria mozione. Ignazio [ES 317] ne parla come:

  • mozione verso cose basse e terrene
  • sfiducia, senza speranza, senza amore
  • tristezza, tiepidezza, pigrizia
  • oscurità dell’anima e turbamento; inquietudini, agitazioni e tentazioni diverse.

Di nuovo potremmo trovare diversi esempi biblici, di cui scelgo due.

Gesù disse loro: “La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate”. Poi, andato un po’ innanzi, si gettò a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse da lui quell’ora.  (Mc 14, 34-35)

L’empio vede e si adira, digrigna i denti e si consuma. (Salmo 112 (111), 10)

Il primo, per me, è particolarmente significativo, proprio per sottolineare come non è la mozione, la desolazione, che ci governa. Dubito che ci sia un esempio più forte di desolazione nella Bibbia di quello di Gesù nell’orto degli ulivi, ma proprio perché non si è fatto trascinare dalla desolazione, Gesù prega, e segue liberamente la volontà del Padre.

Importante riconoscere da dove viene la desolazione, ed i possibili perché [ES 322].  La desolazione, di per se, non viene mai da Dio, ma è vero che Dio la può permettere, per così dire, nascondendosi. Perciò quando si è in desolazione, bisogna capirne i possibili motivi:

  • spesso la desolazione c’è perché sono tiepido, pigro, negligente io nella mia vita di preghiera e vita spirituale.
  • qualche volte, però, specialmente quando si sta crescendo nella vita spirituale, la desolazione viene come prova, che mi fa crescere. In particolare, ci aiuta a renderci conto che non siamo noi a causare/produrre consolazione, ma piuttosto che la consolazione è dono, e da ricevere come tale. In questo, Dio non ci lascia mai soli; e non mancherà la forza (la grazia) sufficiente.

 

Esperienza > riflessione > azione

Riflettendo sulla propria esperienza, non ci si può fermare lì: il discernimento di sua natura deve portare all’azione. Non è questione di fermarsi nella emozione stessa (se no, è sentimentalismo spirituale), ma di capire quale direzione seguire.

In tempo di consolazione, la si coglie con gratitudine, e si segue appunto la direzione dove lo spirito buono ci porta. Qui Ignazio, di propria esperienza, invita alla cautela e di agire con prudenza (non facendo, per esempio, decisione o voti affrettati), proprio perché c’è il rischio d’un’ebrezza spirituale può portare all’inganno.

In tempo di desolazione, importante non cambiare quei buoni propositi fatti in tempo di consolazione [ES 318], e bisogna remare contro corrente (agere contra), cogliendo dove la tentazione mi vuole portare, e fa sì di non lasciarmi trascinare. Come quando si rema contro corrente, bisogna farsi forza, riportando a memoria momenti di consolazione vissuti, che aiutano ad affrontare momenti difficile.

Noterete che parlo di tempo di consolazione, tempo di desolazione. Il discernimento è un cammino continuo, un modo di vivere e leggere la propria vita interiore, e non uno spot puntuale. In una prossima chiacchierata parlerò di uno degli strumenti che propone Ignazio per fare del discernimento uno modo di vita.

Accompagnamento spirituale

Si può anche cogliere che il discernimento fatto bene, anche se non ha nulla di arcano, richiede maturità e prudenza spirituale. Non è un caso che la tradizione cristiana ribadisce l’importanza dell’accompagnamento spirituale, e questo non solo per il principiante, ma anche per la persona spiritualmente matura.

C’è anche da aggiungere che, come in campo giuridico è vero che nemo iudex in causa sua, questo principio può essere utile anche in campo spirituale. Spesso siamo i peggiori consiglieri di noi stessi. Ci sono momenti ed occasioni, specialmente quelle più difficili, dove è fondamentale avere una voce esterna di una persona prudente (p.e. un padre spirituale) che può guidare, sia per confermarci dove cogliamo bene i movimenti dello spirito, sia per aiutarci ad evitare eventuali inganni.

 

L’albero si riconosce dai frutti

Torniamo, perciò, al brano evangelico proposto verso l’inizio. Se lasciamo aprire i nostri occhi ci rendiamo conto dei vari movimenti ed i vari frutti della nostra vita. Quali frutti colgo nella mia vita? Comincio a crescere in una maturità spirituale che mi insegni a riconoscere i frutti, per saper riconoscere l’albero?

Buona strada!


Note:

[nota 1] Gli Esercizi Spirituali sono un cammino proposto per un ritiro di un mese circa (anche in formati diversi) dove la persona è accompagnata nella ricerca della volontà di Dio nella propria vita, attraverso la meditazione sulla realtà propria creaturale davanti a Dio, e la contemplazione dell’incarnazione, ministero, passione, morte e risurrezione di Gesù. Fondamentali in essi sono le regole per il discernimento degli spiriti, che danno all’accompagnatore degli esercizi delle indicazioni per aiutare la persone che fa gli esercizi a ricercare la voce e l’azione di Dio in lui.

I numeri tra parentesi quadre, precedute da ES fanno riferimento ai numeri degli Esercizi spirituali [ritorna]

[nota 2] Il racconto di Ignazio del suo primo momento di scoperta è particolarmente bello. Ignazio è convalescente nella sua casa di famiglia dopo la ferita grave alla gamba all’assedio di Pamplona. Non avendo altro da fare, legge i due libri disponibili in casa (un vita di Cristo, e dei racconti dei santi), e vaneggiava: a volte su cose del mondo, proprie della sua vita da nobile, e sognando come servire una certa dama di altissimo rango; altre volte su cose più spirituali, anche se ancora molto rozze e ingenue, su come fare come i santi ed anche di più. Riflettendo, però notava [Autobiografia, no. 8]

C’era però una differenza: pensando alle cose del mondo provava molto piacere, ma quando, per stanchezza, le abbandonava si sentiva vuoto e deluso. Invece, andare a Gerusalemme a piedi nudi, non cibarsi che di erbe, praticare tutte le austerità che aveva conosciute abituali ai santi, erano pensieri che non solo lo consolavano mentre vi si soffermava, ma anche dopo averli abbandonati lo lasciavano soddisfatto e pieno di gioia. Allora non vi prestava attenzione e non si fermava a valutare questa differenza. Finché una volta gli si aprirono un poco gli occhi; meravigliato di quella diversità cominciò a riflettervi: dall’esperienza aveva dedotto che alcuni pensieri lo lasciavano triste, altri allegro; e a poco a poco imparò a conoscere la diversità degli spiriti che si agitavano in lui: uno del demonio, l’altro di Dio.
Questa fu la prima riflessione che egli fece sulle cose di Dio. In seguito, quando si
applicò agli Esercizi, proprio di qui cominciò a prendere luce sull’argomento della diversità degli spiriti.

[ritorna]

[nota 3] Adotto qui la terminologia ignaziana. Fondamentale per il discernimento è di distinguere tra cosa viene da Dio e mi muove per il bene, e cosa non viene da Dio e mi muove per il male. [ritorna]

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