Dopo una lunga assenza, finalmente un’altra proposta di lectio #intornoalfuoco. Vorrei riproporre qui il vangelo che abbiamo ascoltato due Domeniche fa, sul perdono. In un certo senso, potremmo dire che è una parabola dove Gesù illustra quella frase del Padre Nostro: rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori.

Per che è nuovo a queste lectio, suggerirei di cominciare da qualche accorgimento su come pregare. Anche se siete lettori abituali, aiuta sempre rivedere un po’ i suggerimenti, proprio per trovare il tempo è modo giusto, ed entrare in preghiera.

 

Lectio

Come al solito, entrati in preghiera, il primo passo è di fare una prima lettura, semplice e tranquilla, del brano. Qui stiamo leggendo Matteo 18, 21-35 [su Bibbiaedu.it]. Una volta fatta una prima lettura, si ritorna a rileggere il brano, e guardare più da vicino alcuni dettagli:

[21] Pietro gli si avvicinò. La domanda di Pietro dà il via a questo momento di insegnamento sul perdono.

[21] Fino a sette volte?  In verità, la posizione di Pietro è anche generosa: se parliamo di mancanza serie (e non di sciocchezze), sappiamo bene come amicizie, relazioni, anche in famiglia, crollano anche per una singola mancanza. Una volta si perdona, forse, la seconda volta che la fiducia è stata tradita, già è pressoché impossibile. Inoltre, sette è il numero della completezza.

[22] fino a settanta volte sette. Qui qualche manoscritto importante ci dice settantasette volte. Comunque la questione non è matematica ma simbolica: se il sette è già il numero della completezza, ma Gesù porta questo numero ad un livello bene più alto, sempre giocando sulla cifra sette.

[23] il regno dei cieli.  L’evangelista usa i cieli per evitare di menzionare Dio direttamente, riflettendo pietà ebraica.

[23] … è simile a …  Gesù inizia la parabola facendo immaginare una scena. Il regno di Dio è simile a un re che deve regolare i conti.

[24] gli doveva 10.000 talenti. Il numero stesso, di per se, poco importa, ma la sua portata sì. Il talento era una misura di peso, che poi è anche valuta. Un talento pesa più o meno 33 chili (i diversi pesi chiamati talento, variano tra i 20 e 40 chili). Diecimila talenti, allora, sono circa trecentotrenta tonnellate! Per capire questo in termini di soldi, e valore: il re Tolomeo XII (Aulete) d’Egitto, uno dei regni più ricchi del mediterraneo, pagò 6.000 talenti a Roma per farsi riconoscere dal senato come “alleato e amico del popolo Romano” al tempo del primo triumvirato; e tutta l’etnarchia di Archeleo, figlio di Erode il Grande, che comprendeva tutta la Giudea, Samaria e Idumea, pagava solo 600 talenti annui in tributi!

[25] il padrone ordinò che fosse venduto lui …  In epoca di Gesù, la schiavitù per debito era prassi abituale. Chi non aveva i mezzi per restituire un debito doveva pagare con il proprio lavoro come schiavo.

[26] “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. La supplica del servo, anche se forse di cuore, in fondo è falsa, o almeno totalmente ingenua. Un debito così esorbitante è, di fatti, impossibile da pagare.

[27] Il padrone ebbe compassione. Da notare però la portata del debito, la compassione qui è nei confronti di un debito palesemente impagabile.

[28] cento denari. Il denaro era lo stipendio medio di un giorno per un lavoratore, il che significa che il debito era di cento giorni di lavoro.

[29] “Abbi pazienza con me e ti restituirò.” La supplica del secondo servo è quasi identica a quella del primo. Se, però, notiamo il contrasto tra i debiti, c’è da dire che qui la supplica è più plausibile. Richiederà dei sacrifici grandi, ma è un debito pagabile.

[30] egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione. Il contrasto tra la misericordia del re, e la spietatezza del servo, non può essere più forte.

[33] “Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?” La domanda del re qui è molto forte, ma anche giusta. Il non-perdono da parte del servo mostra una mancanza di comprensione del perdono ricevuto.

[34] Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini.  A questo punto il re agisce con il servo proprio a misura della sua stessa azione. La differenza è che, considerato l’immensità del debito, sarà impossibile restituire tutto il dovuto.

[35] Così anche il Padre mio celeste farà con voi. Parola difficile, dura, e se ci fa problema, bene. Non mi posso immaginare che Gesù vedesse il Padre come un dio meschino che agisce a misura di uomo. Ma l’insegnamento che ci sta dietro è fondamentale e, come accennato nell’introduzione, è presente anche nel Padre nostro: “rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori“. Perdonare, e ricevere il perdono, sono inseparabili. Potremmo dire che ci non perdona non ha ancora capito il perdono ricevuto, non sa ancora ricevere il perdono.

 

Meditatio

Passando al secondo stadio della lectio divina, aiuta molto rileggere il brano, per potere riflettere meglio sia sul brano che su noi stessi. Qui si propongono alcune domande … ma è anche importante lasciare che la stessa lettura e preghiera ci proponga delle altre.

  • Dov’è che mi sento debitore verso il Signore? I miei occhi, ed il mio cuore, sono aperti a capire quanto ho ricevuto, quanto, nei confronti di Dio, il mio debito è insaldabile? Vivo con gratitudine verso Dio?
  • Ho mai lasciato che, dal profondo del mio essere, esca quella supplica, quella richiesta di perdono, quella richiesta di pazienza? Ho mai veramente chiesto perdono al Signore per come sperpero i doni ricevuto?
  • Dov’è che il mio prossimo mi ha mancato? Quali sono quelle ferite, quelle lacerazioni, che non guariscono, o faticano molto a guarire?
  • Sono una persona di perdono? O no? Quante volte sono disposto a perdonare? Dov’è che invece del perdono, trovo in me uno spirito di vendetta? Dov’è che io cerco di chiedere altri in prigioni di mancanze di perdono?
  • Dov’è che, perdonando veramente altri (nonostante la fatica) mi sono accorto del modo in cui Dio – per primo – mi ha perdonato e amato?
  • Dov’è che, nella mia vita, scoprendomi veramente perdonato da Dio, guardo il mondo, e il prossimo, con occhi di misericordia, perdono, amore?

Importante prendere tempo con le domande, lasciando che scendano in profondità. Quale risposte sento nel mio cuore? Cosa sento interiormente con queste risposte? Gioia? Tristezza? Speranza?

Oratio

Lascio poi che la lettura e la riflessione sfoci in conversazione, in preghiera, e parlo con il Signore “come un amico parla con un amico” (come suggerisce San Ignazio). Nel preghiera esprimo quello che trovo interiormente: ora ringraziando, ora chiedendo una grazia o il perdono. Da ricordare che il Signore parla proprio nel più intimo di noi.

 

Contemplatio

Alla fine della conversazione/preghiera, rimango lì con il Signore. La contemplazione ci invita a godere della presenza del Signore.

A conclusione del tempo di preghiera, prego il Padre Nostro.

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