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Il tempo d’avvento ci invita a riflettere sul mistero dell’incarnazione. Preparando feste, alberi, presepi e regali, rischiamo di prendere per scontato la celebrazione del Natale del Signore. Forse ci rendiamo poco conto della portata di ciò che crediamo. Che senso ha, per il credente, dire che “Dio si è fatto carne, e pose la sua tenda in mezzo a noi“? Potremmo perciò soffermarci proprio su questo tema nella chiacchierata intorno al fuoco di stasera.

La domanda su cui mi fermerò stasera è ancor più specifica. Ma l’incarnazione e la nascita di Gesù è legata soltanto al bisogno nostro di redenzione? E se non ci fosse stato il peccato originale, Dio si sarebbe fatto uomo comunque? A farmi queste domande sono in buona compagnia … di Giovanni Duns Scoto, e di Papa Benedetto.

Come avrete intuito, sarà una chiacchierata un po’ più teologica. E prendo come punto di partenza una nota che mi ero fatto di una catechesi del Papa Benedetto, dove cita il filosofo-teologo medievale Giovanni Duns Scoto (1266-1308). Sul mistero dell’incarnazione, Duns Scoto dice:

“Pensare che Dio avrebbe rinunciato a tale opera [l’incarnazione] se Adamo non avesse peccato sarebbe del tutto irragionevole! Dico dunque che la caduta non è stata la causa della predestinazione di Cristo, e che – anche se nessuno fosse caduto, né l’angelo né l’uomo – in questa ipotesi Cristo sarebbe stato ancora predestinato nella stessa maniera” (Duns Scoto, Reportata Parisiensia in III Sent., d. 7, 4.)

Riflettendoci su, ciò che afferma Duns Scoto qui è forte, ma anche bella liberante. Una riflessione teologica – a suo modo – sul prologo di Giovanni. Senza negare la realtà del peccato e del male (per questo, basta guardarci intorno) o il bisogno che l’umanità ha di redenzione, non riduce il mistero dell’incarnazione a questo, non appiattisce la straordinaria idea di Dio che vuole rapportarsi con l’umano in modo diretto, portando l’essere umano alla sua pienezza in Cristo. Papa Benedetto lo esprime così:

Questo pensiero, forse un po’ sorprendente, nasce perché per Duns Scoto l’Incarnazione del Figlio di Dio, progettata sin dall’eternità da parte di Dio Padre nel suo piano di amore, è compimento della creazione, e rende possibile ad ogni creatura, in Cristo e per mezzo di Lui, di essere colmata di grazia, e dare lode e gloria a Dio nell’eternità. Duns Scoto, pur consapevole che, in realtà, a causa del peccato originale, Cristo ci ha redenti con la sua Passione, Morte e Risurrezione, ribadisce che l’Incarnazione è l’opera più grande e più bella di tutta la storia della salvezza, e che essa non è condizionata da nessun fatto contingente, ma è l’idea originale di Dio di unire finalmente tutto il creato con se stesso nella persona e nella carne del Figlio.” (Benedetto XVI, Udienza Generale 07.07.2010)

Da notare che nel pensiero di Scoto, la redenzione sì c’è (ed è necessaria), ma è subordinata all’incarnazione. Dio si sarebbe fatto uomo comunque, perché non è solo per redimerci che Dio venne ad abitare in mezzo a noi. Portare l’umanità al suo compimento, non è solo questione di redenzione.

A questo proposito potremmo ricordare l’insegnamento di Sant’Atanasio sull’incarnazione, dove afferma che il Verbo di Dio si è fatto uomo, affinché noi diventassimo Dio (“αὐτὸς γὰρ ἐνηνθρώπησεν, ἵνα ἡμεῖς θεοποιηθῶμεν“, De Incarnatione 53,4)

Letta in quest’ottica, l’incarnazione è arricchita. Fermandoci allora davanti al presepe, contemplando questo mistero, potremmo chiederci:

  • Cosa significa per me, cioè nel concreto della mia vita, che “Dio si fece carne e pose la sua tenda in mezzo a noi”?
  • Quale dignità riconosco nella mia umanità (nonostante i miei tanti limiti!) se Dio stesso non si è fatto carne?
  • Come mi sento chiamato a vivere la mia umanità in pienezza, ad immagine e somiglianza di Dio?
  • Che valore ha per me la dignità di tutto il creato, perché voluto da Dio? Quali responsabilità ne conseguono?
  • Dove sento tuttora il bisogno di crescere? Di essere perdonato? Di essere redento?

Riflettendo su questo, possiamo chiedere la grazie, facendo nostra la preghiera di San Rccardo di Chichester:

O redentore di pietà infinita, amico e fratello, possa io CONOSCERTI più chiaramente, AMARTI più profondamente, e SEGUIRTI più da vicino.

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